lectio

cervello e pittura

come nasce l’ispirazione per dipingere un quadro?

 

Monza, 13 marzo 2017

 

intervento all’incontro-lezione presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Milano Bicocca del prof. Vittorio Sironi incentrata sull’intento di far comprendere agli studenti come “l’ispirazione”, la “concezione” e la realizzazione di un’opera artistica possa percorrere analoghi network cerebrali sia che dia origine a un’opera in qualche modo realista, sia a un’opera che in qualche modo supera la realtà visibile per astrarne i contenuti mediandoli attraverso il colore.

Buongiorno, mi chiamo Gennaro Mele. Sono un’artista e al contempo mi occupo di promozione culturale. Ringrazio il prof. Vittorio A. Sironi per avermi invitato ad offrire la personale esperienza sul tema “come nasce l’ispirazione per dipingere un quadro?”, sperando di offrire molti spunti sulla dinamica che più vi riguarda da vicino: il rapporto tra cervello e pittura.

Per aiutare la discussione ho portato in visione una mia opera Destrutturazióne, passeggiando lungo il sentiero, 2014, smalto su tela, cm 80x120. Ho scelto proprio questa perché né ho ritrovato il relativo bozzetto (generalmente non li realizzo oppure li cestino), sperando di offrirvi così più spunti sulla mia dinamica compositiva. Vi parlerò dunque di come è nata quest’opera.

Prima di cominciare ad entrare nel merito di questa mia specifica esperienza pittorica, devo fare alcune premesse per sgombrare il campo da equivoci su come intendo l’arte.

L’arte per me è prima di tutto un’attività intellettuale che si traduce poi nel rendere visibili i concetti. Dunque l’ispirazione non è qualcosa di aleatorio o legata all’immaginario dell’improvvisazione, ma è strettamente connessa alla suddetta attività e aggiungerei al proprio vissuto. Questo lo dico anche per annullare la futile mitizzazione dell’artista pazzo! Le migliori opere di un’artista (spesso non sono considerati capolavori) nascono nei suoi momenti di maggiore lucidità.

Altro aspetto da tenere in debita considerazione è che nell’arte contemporanea le opere possono essere realizzate con qualsiasi supporto o materiale e che l’artista è libero di far diventare arte anche la spazzatura! Siamo oltre i concetti di bello e di brutto o di che cosa sia accettabile o meno come opera d’arte.  Ciò per il semplice motivo che l’idea viene prima dell’approccio retinico o estetico. A tal riguardo vi rimando ad approfondire la ricerca artistica di quelli che ritengo i tre veri pilastri dell’odierna arte contemporanea: Marcel Duchamp (1887-1968) del quale rammento la sua ruota di bicicletta e l’orinatoio esposto come fontana; Kazimir Severinovič Malevič (1878-1935) che con il suo quadrato nero ha precorso il minimalismo; Vasilij Vasil'evič Kandinskij (1866-1944) considerato il creatore della pittura astratta, ma anche un grande teorico; famoso il suo saggio lo spirituale nell’arte, ma a mio avviso molto interessante lo scambio epistolare con il nipote e filosofo Alexandre Kojève.

Infine bisogna tener presente anche la cosa più banale e ovvia: l’artista produce immagini! Ed il mondo di oggi ha una abbondanza e circolazioni di immagini dovuta all’impatto della tecnologia interattiva. Dunque l’artista ha la difficoltà duplice di apportare alla qualità tecnica del proprio manufatto la realizzazione di un’immagine (anche esperienzale) che sia in grado di rendere visibili infinite possibilità esistenziali che hanno come mission comunicativa quello di fuggire la solita e certa finitezza individuale: la morte!

Detto questo entriamo nella dinamica che mi hanno portato a concepire e realizzare quest’opera.

Tutto ha avuto inizio da una passeggiata in montagna, precisamente percorrendo un sentiero in località Barzio (LC). Sono rimasto molto colpito da due fatti: la luce che filtrava non omogeneamente tra gli alberi e lo scorcio luminoso che si intravedeva al punto finale del sentiero, incuriosito dal cosa potesse esserci una volta sopraggiunto. Nei giorni seguenti mi tornava in mente questo breve vissuto intrecciato da una percezione visiva e al contempo mentale ed emozionale di quel momento di sospensione generato dalla curiosità di scoprire cosa ci fosse oltre il sentiero. Così è diventata una necessità fissare con uno schizzo con le prime matite che mi sono trovato sotto mano tale esperienza, una sorta di appunto. Il passo immediato è stato quello della scelta della tela con le misure che mi davano certezza compositiva su come immaginavo di imprimere quel momento. Portata la tela nel mio studio ho cominciato a dipingere con la mia attuale tecnica del tutto personale: smalto sintetico e pennelli di varia misura a pelo di bue.

Con il colore genero le forme bidimensionali accostate e legate da una linea di nero: per me linea e colore non sono in contrapposizione. In  genere parto da un colore qualsiasi, il primo che mi viene in mente! Una delle particolarità della mia pittura sta nel fatto che un colore è ripetuto almeno una seconda volta in un altro punto della tela, così da ricavarne un equilibrio percettivo.

Per quest’opera ricordo di aver cominciato con il giallo e poi con gli arancio. Inoltre ho composto l’immagine su una diagonale e una verticale con l’intento di produrre un disequilibrio finalizzato a disturbare l’equilibrio offerto dai colori e provare ad ottenere una percezione di sospensione nell’osservatore. Insomma chi guarda con attenzione quest’opera deve cercare il proprio appiglio. Almeno questo è stato il mio intento.

Il titolo dell’opera racchiude in qualche modo tutti gli aspetti menzionati e spero che questo mio breve intervento vi abbia generato ulteriori curiosità e spero anche tanti dubbi.

Concludo aggiungendo che tutte le opere che realizzo, anche quelle etichettate come astratte, fondono sul mio vissuto, talune volte su esperienze emozionali, altre su riflessioni e studi di mio interesse. In entrambi i casi poggiano sempre su un discernimento di natura intellettuale e di confronto con la realtà in cui siamo immersi.

Buon approfondimento a tutti e grazie per avermi ascoltato.

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